Enoturismo: ecco come cambierà il turismo del futuro

È da qualche anno che si parla con sempre più insistenza di enoturismo, che declina la passione per i viaggi nella scoperta di itinerari vocati alla coltivazione di vigne e produzione di vino: dopo aver conquistato Paesi come Francia, Regno Unito, Canada, Stati Uniti, Messico e Cina (dove il 71 per cento dei turisti dichiara di intraprendere un viaggio a tema vino), ora anche l’Italia intende sfruttare il suo capitale.

I dati sull’enoturismo italiano

Stando ai dati più recenti sul settore – contenuti nel 16° Rapporto sul turismo del vino dell’associazione Città del Vino – lo scorso anno il mercato italiano dell’enoturismo ha fatto registrare un incremento annuo del 7 per cento di visitatori (passati da 14 a 15 milioni) e del 6 per cento in termini di giro d’affari, cresciuto da 2,5 a 2,65 miliardi di euro.

È inevitabile ipotizzare un crollo per questo 2020, contraccolpo inevitabile di pandemia e blocco anche al turismo, ma il settore comunque era in crescita e sta lavorando per non disperdere il vantaggio competitivo e gli investimenti eseguiti negli scorsi anni.

Punti di forza e debolezze del settore

Prima del Covid-19, infatti, la vacanza enogastronomica era uno dei trend in maggior crescita del turismo, correlata all’interesse per il paesaggio e, ovviamente, alla qualità dell’offerta di vino e vigneti: come sottolinea Magda Antonioli, direttrice della Master in Economia del Turismo dell’Università Bocconi di Milano, l’Italia ha un patrimonio enorme, con quasi 6 mila vigne tra tutte quelle del territorio che hanno anche un posto per i turisti in cui poter dormire.

Tuttavia, la strada da fare è ancora lunga e ci sono molto fronti su cui lavorare: ad esempio, il nostro Paese è in ritardo soprattutto sulla collaborazione tra pubblico e privato, e basta pensare che nella scorsa primavera fu approvata una legge nazionale sull’enoturismo, ma a distanza di un anno e mezzo non ancora tutte le regioni italiane hanno emanato le loro norme attuative per consentire di fare turismo del vino e del gusto in modo organizzato.

Le differenze con l’estero

Per comprendere le potenzialità economiche positive per i territori basterebbe leggere i dati dell’enoturismo in altre parti del mondo e in particolare nella Napa Valley, in California: questa piccola area – 2.044 chilometri quadrati contro i 301mila chilometri quadrati dell’Italia – nel solo 2018 ha accolto 4 milioni di turisti per un giro d’affari di 2,23 miliardi di dollari, con performance in costante crescita.

In particolare, le analisi indicano che quasi il 70 per cento di questa somma deriva dai pernottamenti negli hotel, in cui un ospite spende in media 446 dollari al giorno; grazie a questo, nella Napa Valley si contano 15.872 gli impiegati nel settore turistico, per i quali il territorio investe un totale di 492 milioni di dollari per salari e consulenze.

Il valore dell’enoturismo per l’Italia

I numeri da cui ripartire sono comunque positivi e fanno guardare con ottimismo al definitivo rilancio del settore: la recente indagine CAWI di Osservatorio Reale Mutua dedicato all’agricoltura, condotta dall’istituto di ricercaNextplora, segnala che più di un italiano su tre si dice interessato a vivere un’esperienza enoturistica, visitando vigne e cantine per scoprire e gustare le tantissime eccellenze vitivinicole presenti sul territorio nazionale.

Si tratta di una percentuale rilevante, da intercettare nel periodo della vendemmia e in vista dell’autunno, che potrebbe dare una spinta al settore dopo le difficoltà causate dal lockdown e dalla scarsa affluenza di turisti stranieri nel periodo primaverile ed estivo.

Le ragioni del vino

A spingere verso questa modalità di viaggio è anche la passione per il vino, ovviamente, che è uno dei simboli dell’alimentare made in Italy: difatti, il 41 per cento dei nostri connazionali ritiene il vino un elemento importante della convivialità, e il 37 per cento degli intervistati si considera un appassionato o un vero e proprio esperto di calici e affini.

Le altre ragioni che spiegano la diffusione dell’enoturismo sono la possibilità di vivere esperienze appaganti, grazie agli itinerari tematici, l’opportunità di scoprire vini e produzioni particolari e di entrare in contatto con luoghi di produzione sempre nuovi e diversi. Inoltre, questo turismo speciale non serve solo a visitare vigne e cantine, ma anche a conoscere meglio gli elementi della cultura e delle tradizioni delle nostre campagne e di vivere giornate immerse nel fascino delle bellezze naturali, che hanno anche un riconosciuto potere rilassante.

Inoltre, gli italiani si rivelano anche nazionalisti in questo ambito: per il 41 per cento delle persone, l’enoturismo dà lustro al concetto di “Made in Italy” e il 22 per cento dichiara di non essere interessato a fare esperienze all’estero senza prima aver visitato tutte le principali mete del Bel Paese.

Enoturismo e Covid, come ripartire

La grande sfida per il settore è ovviamente la risposta alla pandemia e a tutto ciò che sta comportando: per molti, le vacanze all’insegna del vino in cantine e consorzi sono “naturalmente” una soluzione ideale e sicura, perché si può stare all’aria aperta, in spazi ampi, località meno popolari e raggiungibili principalmente con mezzi privati.

Va ancor più nello specifico il protocollo internazionale “Tranquillamente Enoturismo: linee guida e buone pratiche per un enoturismo Covid-Free” promosso dal Movimento Turismo del Vino, rivolto alle cantine che promuovono l’enoturismo e realizzato insieme a un gruppo di esperti internazionali di enogastronomia per individuare soluzioni concrete alla nuova realtà dell’enoturismo applicabili a qualsiasi cantina o destinazione enoturistica.

Il protocollo del Movimento Turismo del Vino

Nello specifico, il protocollo offre indicazioni nei principali ambiti dell’attività ricettiva, e si propone di unire le esigenze economiche con la basilare cura e salvaguardia della vita delle persone. Tra gli aspetti trattati ci sono, ad esempio, la gestione delle prenotazioni e del wine shop, le best practices sull’accoglienza dei clienti (con disposizioni precise sulle modalità del loro ingresso), l’organizzazione delle degustazioni (con raccomandazioni per la tutela dei visitatori e per chi eroga il servizio) e delle visite guidate in cantina, e poi ancora l’uso degli spazi della cantina, sia al chiuso che all’aperto, e la gestione dei collaboratori.

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