Bar Turrisi a Castelmola: una combinazione perfetta tra erotismo e tradizione

È un posto dove poter assaggiare tantissime specialità gastronomiche della Sicilia, sia dolci che salate, e dove scoprire il gusto delle ricette tipiche isolane: ma il motivo per cui il Bar Turrisi di Castelmola è famoso in tutto il mondo non riguarda il menu, ma una caratteristica distintiva di questo locale. Ovvero, il tema “virile” che contraddistingue l’arredamento e alcune preparazioni, ispirate alla fecondità e virilità dell’uomo in tante sue forme.

Bar Turrisi Castelmola

Fondato nell’immediato dopoguerra, il Bar Turrisi è una vera istituzione di Castelmola, piccolo borgo in provincia di Messina a poca distanza da Taormina, arroccato in una posizione incantevole a strapiombo sul mar Ionio, con affaccio sulla città Taormina e sullo splendido golfo.

A fare la fortuna del locale non è solo, come detto, l’ottima gastronomia e le specialità proposte nel menu – tra cui comunque spicca una ricetta originale, quella del vino alla mandorla – ma anche e soprattutto un arredamento che è tutto ispirato a rappresentazioni della fecondità e virilità dell’uomo, con il membro maschile, la celeberrima minchia in siciliano, raffigurata in ogni maniera possibile, finanche nel simbolo siciliano della Trinacria!

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La storia del Bar Turrisi

Il Bar Turrisi è stato inaugurato nel 1947 dal cavaliere Salvatore Turrisi e oggi ha raggiunto la terza generazione, passando al figlio Giuseppe e poi ai nipoti. Inizialmente, Turrisi decise di sfruttare un’antica casa su quattro livelli e attrezzarla come una sorta di bazar multifunzionale, in cui vendere bevande, vino, mandorle, ma anche pupi siciliani, scanni e, in pratica, ogni genere di prodotti.

I problemi iniziali furono tanti, anche per l’ostracismo dei paesani (che vedevano l’iniziativa di mal occhio) e “per avere una bottiglia vuota di vetro passavano circa sei mesi”, come racconta lo stesso Salvatore Turrisi, che aveva alcune intuizioni originali e in forte anticipo sui tempi. Ad esempio, pensò di mettere a disposizione dei clienti un libro per le dediche, e soprattutto si ingegnò per creare una specialità tutta sua: partendo dalla classica produzione di vino, riuscì ad aromatizzare il prodotto con le mandorle e creare un elisir che ancora oggi conquista i consumatori, un vino bianco secco, dolce e liquoroso, con gradazione di 16 gradi (oggi proposto anche con base di uve rosse).

Proprio le dolci mandorle avevano ispirato anche il nome originale del Bar Turrisi – Taverna del mandorlo in fiore – e nel giro di dieci anni il locale si era già fatto conoscere anche a livello internazionale: nel 1958 una nota rivista storico-turistica definiva il Bar Turrisi “leggiadro e sbarazzino, bello e confortevole, ricco di ogni assortimento e con album per la firma dei visitatori”, e più di recente, negli anni Novanta, la rivista Focus lo ha inserito tra i “sette bar più particolari del mondo”.

La caratteristica scandalosa del Bar Turrisi

Sin dalle origini, il cavalier Turrisi aveva arredato il locale con oggetti della tradizione siciliana, come vecchi pupi, teste di moro, decorazioni di vecchi carretti, mentre i balconi dei quattro piani erano contrappuntati da ombrelloni rossi che si spingono verso il cielo e creano uno splendido contrasto cromatico.

Ma il principale tratto distintivo di questo locale, non è un mistero, è di puntare sulle raffigurazioni erotiche ed esplicite dei membri maschili, con decine e decine di simboli fallici, in omaggio alla tradizione mitologica greca (forse rivisitata in salsa siciliana), che si ripetono nei vari ambienti.

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Dalle vetrine ai dettagli degli interni, dalle maniglie delle porte ai lampadari, e poi ancora statue in legno, bicchieri, motivi del pavimento, pareti, rubinetti della toilette, tavoli, braccioli delle sedie e gli stessi menu sono ricchi di rimandi al simbolo maschile per eccellenza, che inizialmente stupisce i visitatori impreparati a tali particolari ornamenti e decorazioni – ma che si rendono conto della diversità del Bar Turrisi rispetto ai classici cafè al momento stesso in cui afferrano la maniglia della porta, ovviamente ornata con un fallo.

Oggi il locale continua a portare avanti ciò che la storia ha lasciato, senza trascurare le esigenze del presente, e i turisti possono degustare tanti piatti locali preparati con abilità, accomodandosi in un terrazzino che si affaccia sulla piazza e sul panorama e degustando il delizioso vino di mandorla dolce (che avrebbe anche proprietà afrodisiache, ça va sans dire).

Il legame tra Bar Turrisi e i falli

Sulle motivazioni dell’uso dei falli nel Bar Torrisi si sono susseguite varie teorie, che chiamano in causa lo stesso Cavalier Salvatore (che sarebbe stato un tombeur de femmes, per così dire): secondo quanto si legge anche sul sito del locale, i falli o minchia nel dialetto siciliano sono “una rappresentanza della cultura dei luoghi, e giammai il senso volgare del membro virile dell’uomo”.

Il Cavaliere avrebbe quindi voluto omaggiare questa antica storia, e allo stesso tempo sottolineare il carattere focoso e vulcanico dei siciliani: proprio Castelmola sarebbe la location di una chiacchierata liaison tra la baronessa tedesca Frieda von Richthofen, moglie dello scrittore David Herbert Lawrence (autore dello scandaloso romanzo L’amante di Lady Chatterley, pubblicato nel 1928 e immediatamente ritirato per oscenità, prima della nuova pubblicazione nel 1960) e un tuttofare locale, mentre la vicina Taormina ospitava sin dagli ultimi decenni del diciannovesimo secolo le prime comunità gay d’Europa, con alcuni artisti che avevano lasciato le proprie opere ispirate ai nudi maschili – tra tutti il barone tedesco V. W. Gloeden con le sue fotografie.

In questa atmosfera così tumultuosa si inserisce il Bar Turrisi, dove il Cavalier Salvatore recupera l’idea (e le raffigurazioni) del fallo proposto in modo non volgare, ma quasi “scaramantico” contro il malocchio, risalendo al mito greco del dio Priapo come simbolo e fautore di fecondità, libertà, fortuna, vita e bellezza. Nulla di volgare, quindi, né troppo legato al machismo, quanto piuttosto alla forza della terra: un modo, insomma, per far confluire anche questo tipo di radice greca insieme agli altri elementi coreografici, come carretti, pupi e chiavi di carretto, per costruire e restituire un’immagine completa della cultura siciliana.