L’inchiesta di Report sul caffè: il buono, il rancido e il ginseng

A distanza di 5 anni dall’ultima indagine svolta, Report, nota trasmissione in onda su Rai Tre, per l’ennesima volta dimostra che gli italiani, di fatto, sebbene decantino una sfrenata passione per il caffè, non sono reali intenditori di tale amatissima bevanda. Emerge dunque che, proprio nel Paese che ha fatto dell’espresso, non solo un’abitudine quotidiana ma un vero e proprio “stile di vita”, sarebbe necessario investire di più, in modo tale da istruire il consumatore, rendendolo ancora più consapevole di quanto assume quotidianamente al bar o in caffetteria.

Nel precedente servizio , le telecamere di Report erano entrate presso le principali aziende produttrici di caffè presenti in Italia, per comprendere il microcosmo che sta dietro al rito più amato del Paese per poi sbirciare anche il “dietro le quinte scoprendo che in molti bar, i filtri delle macchine del caffè venivano manutenzionati e puliti raramente, depositando dunque nelle tazzine, sovente spiacevoli residui bruciati.

Sebbene non fosse stato “smascherato” nulla di irregolare nell’ambito legato al caffè espresso italiano, era emersa un’incompetenza dilagante da parte dei consumatori che ordinano e pagano tra i 90 centesimi e l’euro e 10 una tazzina di caffè qualunque, senza mai chiedersi quale sia la reale qualità del prodotto regolarmente acquistato.

Report: ecco la nuova inchiesta sul caffè

Nella puntata in onda il 3 giugno invece si è parlato di qualità del caffè e di come gli italiani il più delle volte non sappiano riconoscerla in modo oggettivo. Lo stesso Bernardo Iovene, accompagnato da Andrej Godina, dottore in Scienza del Caffè e Assaggiatore avevano infatti dichiarato, anticipando quello che successivamente sarebbe andato in onda che “i consumatori in realtà hanno il gusto tarato su una qualità dal sapore legnoso, amaro e spesso rancido; un equivoco dovuto a una importazione di caffè di bassa qualità, tostato al limite del bruciato, che uniforma il sapore”.

Una dichiarazione piuttosto forte, consolidata dalle innumerevoli testimonianze messe in evidenza proprio durante il servizio “Caffè: il buono, il rancido e il ginseng” che come nel servizio precedente, ha ripercorso all’incirca il medesimo itinerario, analizzando i caffè dei più rinomati bar del Paese, compreso il celebre Gambrinus a Napoli, già visitato dalla troupe nel 2014.

Andrej Godina  ha infatti vagliato in maniera capillare i caffè assaggiati in quella che tradizionalmente viene da considerata la patria dell’espresso tradizionale, Napoli appunto, ma in questo caso, rispetto all’indagine precedente il suo giudizio si è mantenuto invariato, solo con qualche irrilevante miglioramento che non basta certo a promuovere i bar presi a campione, con un punteggio a pieni voti.

Spesso infatti, la qualità del caffè decantata nei bar non è reale né tangibile e viene pertanto spacciato in veste di prodotto d’eccellenza, un caffè ordinario al pari di quello presente nella grande distribuzione. Ancora una volta la “colpa”, se così si può definire, è da attribuirsi principalmente all’ ”ignoranza” o alla poca informazione e consapevolezza in primis da parte dei titolari dei locali che scelgono i propri fornitori senza sincerarsi di quella che è la reale filiera di produzione del prodotto, successivamente proposto. Di contro anche il consumatore medio non conosce i molteplici parametri necessari a rendere  facilmente distinguibile un caffè qualitativamente superiore da uno mediocre, finendo in questo modo per “accontentarsi”.

Poco cambia anche nelle altre città italiane, fatta eccezione per i locali particolari dove il piacere di un buon caffè si unisce in perfetto equilibrio, sia con la reale cultura del prodotto che con tecniche di estrazione codificate: in questo caso si presta particolare attenzione alle origini di alta qualità, al grado di torrefazione che non contribuisce a bruciare il chicco, ma che al contrario lo rispetta e ne tira fuori tutti gli aromi, grazie alla concreta collaborazione di un esperto barista alla macchina, sempre pulita e “spurgata” a ogni erogazione in tazza, e in grado di garantire un prodotto finale pressoché perfetto.

Palese dunque la differenza tra un caffè rancido e uno di reale qualità, dove basterebbe solo qualche accorgimento in più da parte dei titolari dei locali per garantire al consumatore finale una bevanda davvero gradevole e di valore, nel pieno rispetto del prodotto fin dalle sue origini.

Il ginseng: una situazione piuttosto critica

Situazione decisamente poco rosea, per non dire allarmante, anche per quanto riguarda il ginseng, la seconda bevanda più consumata all’interno dei bar del Paese: in questo caso lo stesso Andrej Godina ha, nella maggior parte dei casi, degustato bevande che poco assomigliavano al ginseng stesso complice la presenza di additivi, aromatizzanti e conservanti che rendono il ginseng non solo meno costoso ma purtroppo, organoletticamente povero. Questo implica che le caratteristiche energetiche tipiche proprio del ginseng, siano comparabili a un prodotto almeno 10 volte inferiore a livello qualitativo, rispetto al ginseng puro.

Analisi di questo tipo, non sempre possono risultare gradite ai titolari dei bar e del locali ma possono al contrario e senza dubbio determinare un vero e proprio slancio volto al miglioramento in termini di qualità, anche in virtù del fatto che proprio il caffè, e in misura minore il ginseng, rappresentano un simbolo tradizionale del nostro Paese, un baluardo che merita di essere tenuto alto con dedizione e passione per la tipicità.