Doggy Bag, per non sprecare cibo al ristorante

È una pratica che andrebbe promossa e incentivata per ridurre gli sprechi alimentari, ma che spesso è connotata da un senso di imbarazzo: in realtà, richiedere la doggy bag, o più semplicemente un contenitore per gli avanzi del ristorante, dovrebbe essere un’operazione comune e naturale. E di sicuro non è una “novità”, come vedremo.

Cosa significa il termine doggy bag?

Doggy bag significa letteralmente “borsa per cani” ed è il nome con cui, sin dagli anni Quaranta, è stato chiamato negli Stati Uniti il contenitore per portare a casa gli avanzi di un pasto al ristorante, in particolare cibo e le bevande ordinate ma non consumate, da destinare agli animali domestici oppure a un successivo consumo umano.

Per la precisione, la storia racconta che i caffè di San Francisco lanciarono i Pet Pakit, confezioni per i clienti che volevano portare a casa avanzi per i propri animali domestici, e nello stesso periodo a Seattle i ristoranti proponevano ai clienti sacchetti di carta oleata con l’etichetta “Bones for Bowser”. Tuttavia, le scorie della Seconda Guerra mondiale si facevano sentire e le difficoltà economiche pesavano su molte famiglie: per questo motivo, nei ristoranti si diffuse anche l’abitudine di offrire la doggy bag per facilitare i clienti meno abbienti che avevano necessità di conservare il cibo rimasto, dando loro una scusa per farne richiesta esplicita, senza imbarazzi – anche se poi non avevano davvero un cane da sfamare.

Nel 1948, poi, notando quanto cibo avanzasse dopo i pasti nei vari locali, Janice Meister e suo marito Albert mettono in commercio la prima doggy bag “ufficiale”, fondando il marchio Bagcraft.

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Doggy bag in Italia: origine

Se la doggy bag moderna è un concetto decisamente statunitense, le sue origini affondano in realtà nella storia del nostro Paese: furono infatti gli antichi Romani a inventare i primi sistemi per portare a casa gli avanzi di cibo. In particolare, già nel VI secolo a.C. si usavano a tal proposito i tovaglioli (che inizialmente servivano solo a pulirsi bocca e mani tra una portata e l’altra), che accoglievano a fine pasto gli alimenti che potevano essere recuperati e consumati successivamente.

Nel Medioevo però questa consuetudine cambiò e gli avanzi furono riservati al personale di cucina, poi ai servi di grado inferiore e infine ai mendicanti nel cortile.

Negli anni, poi, la doggy bag ha iniziato a farsi strada anche da in Italia, seppur con tanti ostacoli di vario tipo: per molti italiani chiedere di portare gli avanzi a casa è da maleducati o comunque crea imbarazzo, mentre alcuni ristoranti non offrono il servizio e non mettono a disposizione contenitori appositi. In realtà, sin dal 2014 la Corte di Cassazione ha sancito con una sentenza storica che i clienti hanno il diritto di portare con sé cibo avanzato da ristoranti, pizzerie e tavole calde, confermando la legittimità di questo semplice strumento di civiltà e antispreco.

Rimpiattino: il progetto contro lo spreco alimentare

Per promuovere la cultura antispreco, Fipe (Federazione Italiana Pubblici Esercizi) e Comieco hanno lanciato dal 2015 il progetto “Rimpiattino”, una speciale doggy bag completamente riciclabile perché realizzata in cartone che viene fornita direttamente ai ristoranti. Nelle intenzioni dei promotori, il Rimpiattino è uno strumento concreto, utile e quotidiano che può aiutare gli italiani a cambiare mentalità e diffondere un comportamento sostenibile verso la riduzione degli sprechi quando si mangia fuori casa. Secondo gli ultimi dati disponibili, solo nel 2019 Fipe e Comieco hanno consegnato 35mila contenitori per l’asporto a 875 locali in tutta Italia: meno della metà (il 41%) è stato utilizzato dai clienti che hanno voluto portarsi a casa a fine serata ciò che era rimasto loro nel piatto, con percentuale ancora inferiore (16%) per il vino.

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Doggy bag nel mondo: un giro tra Francia, Spagna e Stati Uniti

Se in Italia la doggy bag fatica ancora a diventare una richiesta comune, anche all’estero le cose non vanno sempre benissimo.

In linea di massima, dovrebbe essere ormai garantito ovunque il diritto del cliente a portare con sé gli avanzi, anche se ci sono delle voci contrarie: alcuni chef, ad esempio, affermano di non concedere la doggy bag per salvaguardare la qualità del cibo proposto, non adatto ad alcun tipo di riscaldamento successivo o consumo non immediato. Nella maggior parte dei casi, comunque, il limite principale resta l’imbarazzo dei clienti stessi, che temono di apparire poveri o disperati nel chiedere di portar via gli avanzi.

Anche per questo, il nome doggy bag (che mascherava in molti casi la richiesta anche per chi non aveva realmente un cane) ora è sostituito da formule più educate e più dirette come “carry out” o “to go box”, soprattutto negli Stati Uniti, dove comunque ora è prassi che gli stessi camerieri chiedano ai commensali se vogliono portar via il cibo, riducendo l’imbarazzo del fare la richiesta personalmente ed espressamente. A contribuire a questo cambio culturale è stato probabilmente anche l’esempio di Michelle Obama, l’ex first lady che in molte occasioni si è fatta fotografare all’uscita da un ristorante con un sacchetto con gli avanzi (anche durante un viaggio in Italia, portando via una doggy bag con avanzi di carbonara da una trattoria romana).

Nel resto d’Europa, invece, la situazione è simile a quella italiana e ciò potrebbe dipendere da un elemento culturale comune: ovvero, noi europei abbiamo la tendenza a considerare il cibo lasciato nel piatto come scarto, non come avanzo, e quindi chiedere di portarli a casa sembra scortese e ineducato. In realtà – e i dati sul fenomeno dello spreco alimentare ce lo confermano – questa pratica dovrebbe essere normale e naturale, anche perché altrimenti quegli avanzi diventano davvero scarti e finiscono nella spazzatura (soprattutto dopo la pandemia che ha portato a ulteriori giri di vite sulla gestione degli alimenti portati in tavola).

Ad ogni modo, alcune eccezioni ci sono: ad esempio, in Francia nel 2015 è entrata in vigore una legge che impone ai ristoranti con più di 180 posti a sedere di fornire una confezione per gli avanzi, mentre nel Regno Unito (che già dagli anni Settanta ha introdotto i sacchetti anti-spreco proponendo poi anche contenitori prodotti con materiali riciclati e biodegradabili al 100%) i ristoratori sono “invitati” non solo a fornire la doggy bag, ma anche le apposite istruzioni per conservare e riscaldare in sicurezza gli alimenti. Si sta muovendo in questa direzione anche la Spagna, dove è in approvazione una legge che punta a favorire la diffusione delle doggy bag per limitare le conseguenze negative del pranzo o della cena fuori casa, alla luce del fatto che in media un terzo del cibo ordinato in questi locali finisce nella spazzatura.

Uscendo dall’Europa, in Paesi come India, Cina, Malesia, Filippine e Sud Africa richiedere un contenitore per gli avanzi è una pratica ampiamente accettata anche nei ristoranti di fascia alta, che utilizzano imballaggi sofisticati. In Cina, addirittura, la richiesta del doggy bag si chiama dabao ed è entrata nel galateo ed è un comportamento da persone educate per evitare lo scandaloso spreco di prodotti alimentari.