Brucellosi delle bufale in Campania: cosa sta succedendo veramente?

Ci risiamo: Report, la nota trasmissione di Rai Tre, torna a dedicarsi a temi legati (anche) all’alimentazione e rivela nuovamente delle storture e delle criticità che la maggior parte di noi ignora. Nella puntata di questa settimana, sotto la lente di ingrandimento dei giornalisti è finito il caso brucellosi, una malattia che colpisce le bufale, che interessa soprattutto la Campania e la zona del casertano: ecco quindi tutto ciò che sta succedendo.

Il caso brucellosi in Campania

Il servizio di Report curato da Bernardo Iovene ha cercato di ricostruire la complessa e triste vicenda legata al piano di contenimento dell’emergenza brucellosi attuato in Campania che, secondo le denunce degli allevatori, ha provocato “solo” l’abbattimento di capi che risultano positivi alle analisi e non è servito a eradicare il problema, provocando la chiusura di 300 aziende con stalle vuote.

Ci sono però due elementi ancor più gravi: le analisi post mortem sulle bufale rivela che addirittura il 98,5% degli esemplari abbattuti è in realtà negativo al test diagnostico per la malattia infettiva e quindi gli animali non sarebbe stati affatto malati, mentre solo l’1,3% dei capi risulta effettivamente positivo.

E poi, a complicare la situazione c’è un giro economico dai contorni poco chiari: stando alle accuse, la carne delle bufale abbattute viene dichiarata idonea per il consumo ed entrerebbe sul mercato alimentare della carne bovina (per legge, carne di bufala e di bovino sono equiparate), perché il macello di Flumeri in provincia di Avellino (l’unico certificato per l’abbattimento dei capi di bufale positive) è gestito da Cremonini, azienda leader in Europa proprietaria tra l’altro del marchio Montana e delle famose scatolette di carne.

Insomma, in provincia di Caserta è in corso una vera e propria mattanza di bufale, che impoverisce quantitativamente e qualitativamente gli allevamenti locali: per questo motivo, gli allevatori sono sul piede di guerra, colpiti finanziariamente (gli indennizzi previsti non sono sufficienti per l’attività persa) e soprattutto perplessi circa l’efficacia delle misure intraprese.

allevamento bufale

Il punto di vista degli allevatori

L’inchiesta giornalistica di Report ha dato voce soprattutto agli allevatori sul territorio, che hanno evidenziato le criticità, le contraddizioni e i punti della vicenda che ritengono più oscuri, protestando contro la Regione e l’Istituto Zooprofilattico del Mezzogiorno, che hanno la responsabilità in materia e hanno realizzato i vari piani di eradicazione della brucellosi (l’ultimo partito nel marzo scorso).

In pratica, per gli allevatori le istituzioni stanno portando avanti una strage di animali che ritengono evitabile e inutile, perché non serve a limitare la diffusione della brucellosi, porta paradossalmente all’eliminazione di animali sani, non tutela gli allevatori e favorisce solo un gruppo privato – con le aggravanti che il macello individuato come unico riferimento regionale, il Real Beef di Flumeri, si trova a 150 chilometri dai “focolai” del casertano (nonostante la legge imponga di limitare al massimo gli spostamenti dei capi infetti anche nel trasporto per l’abbattimento) e che gli altri macelli più vicini alla zona degli allevamenti non sono stati presi in considerazione.

Come già denunciato da una precedente inchiesta di Fanpage, una soluzione a quello che i protagonisti ritengono un “abbattimento indiscriminato di bufale” esiste ed è il vaccino, ma la Regione Campania si oppone a questo rimedio, che pure aveva dato buoni esiti negli anni passati. La brucellosi non è infatti una malattia “nuova” e, ad esempio, il programma di vaccinazione in Campania dal 2008 al 2013 aveva funzionato e fermato la proliferazione della malattia, ma “è stato interrotto per volontà dell’Istituto Zooprofilattico”, come rivela un’allevatrice.

L’altro elemento che desta scetticismo è il metodo diagnostico utilizzato dall’Istituto Zooprofilattico per il Mezzogiorno per verificare la presenza di brucellosi nelle bufale: secondo gli esperti intervistati da Fanpage, il kit è in fase sperimentale sulla bufala mediterranea (come accertato anche davanti al giudice del tribunale amministrativo) e darebbe risultati certi solo per il bufalo africano – motivo che potrebbe spiegare i tanti “falsi positivi” che portano all’abbattimento di capi che post-mortem si rivelano sani.

E quindi, in definitiva, gli allevatori chiedono un diverso approccio al problema, che privilegi la soluzione preventiva del vaccino al rimedio dell’abbattimento e predisponga nuovi sistemi di diagnosi, più efficaci e certi.

Brucellosi e Report, le conseguenze dell’inchiesta giornalistica

Il servizio di Report sulla brucellosi ha destato grande scandalo perché interessa l’importante comparto bufalino casertano, noto in tutto il mondo per la produzione della mozzarella di bufala DOP (rappresenta il 66% del totale della produzione di mozzarella di bufala DOP) e fa luce su un problema che già da tempo è noto agli addetti ai lavori e alle istituzioni.

Ad esempio, in un’audizione a fine 2021 il ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Stefano Patuanelli, aveva parlato dell’incidenza di brucellosi e tubercolosi nella popolazione bufalina della Campania, soprattutto nelle province di Caserta e Salerno, rivelando che solo nel 2020 e solo nel casertano i numeri di capi infetti sono cresciuti dell’11,47% (brucellosi) e 13,69% (tubercolosi), “nonostante l’adozione di misure straordinarie di polizia veterinaria per fronteggiare efficacemente le due malattie infettive sul territorio e a differenza di quanto riscontrato positivamente in altre regioni”.

Oltre all’eco mediatico e social, la puntata di Report ha generato anche un primo risultato concreto per gli allevatori, perché nella mattinata successiva alla trasmissione il Consiglio di Stato ha disposto nuovi esami sui capi ancora in vita prima di ulteriori abbattimenti, accogliendo quindi i ricorsi presentati da due aziende contro le misure sanitarie disposte dalla Regione Campania.

Nello specifico, i giudici amministrativi hanno ammesso la “possibile erronea valorizzazione” di alcuni indicatori e quindi ha imposto nuovi controlli sui capi rimasti negli allevamenti prima di procedere alla drastica misura dello “stamping out”, che prevede l’eliminazione totale dei capi trovati infetti (compresi i possibili falsi positivi). A valutare la situazione sarà un apposito organismo di verifica, composto da tre esperti designati dal ministero della Salute, dal presidente dell’Istituto superiore di Sanità e dal preside della facoltà di Veterinaria dell’università La Sapienza di Roma.

bufala-campana

La risposta della Regione Campania

Non è mancata (ovviamente) neppure la replica dei grandi “imputati”, ovvero Regione Campania e Istituto Zooprofilattico del Mezzogiorno, che nella giornata del 4 maggio hanno organizzato una conferenza stampa alla presenza dei rappresentanti di tutte le istituzioni per fare luce sulla situazione brucellosi e per chiarire (e smentire) alcune delle accuse e delle informazioni diffuse dalla trasmissione Report.

In particolare, Antonio Limone, direttore generale dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno, ha parlato di “mistificazione della realtà che ha pervaso anche l’intero servizio di Report” e ha detto che “non è vero che abbiamo abbattuto animali sani, perché abbiamo abbattuto animali positivi alle prove previste per legge, proprio per impedire la diffusione della malattia”.

Altro elemento falso è il numero dei capi abbattuti: “Non è vero che abbiamo abbattuto 140.000 capi: dal 2011 abbiamo abbattuto per tubercolosi 21.964 capi e per brucellosi 67.843 capi; al momento, negli allevamenti con sospensiva agli abbattimenti ci sono 1.774 capi per brucellosi e 1.165 capi per tubercolosi, bloccati dai ricorsi in area cluster”.

Per Limone, “il principale interesse è, e deve essere, eliminare le malattie dalle stalle: lasciare in vita questi capi rappresenta una importante fonte di diffusione delle malattie, e il successo del Piano dipenderà dall’obiettivo comune che dobbiamo raggiungere insieme agli allevatori, uniti dallo stesso intento”.

L’assessore regionale campano all’Agricoltura, Nicola Caputo, ha innanzitutto sottolineato che il Programma ha “l’unico scopo di tutelare la salute dei cittadini e cercare di risolvere questo grave problema che attanaglia gli allevatori”, comprende già le richieste avanzate dagli operatori di settore (in particolare in materia di vaccinazione, autocontrollo e trasparenza) ed è condiviso con tutti gli stakeholder.

Chiarimenti sono arrivati anche sul fronte della vaccinazione, che è “prevista nel Piano per i capi dai 6 ai 9 mesi di aziende con focolaio estinto” ed è in attesa di autorizzazione da Bruxelles. Per quanto riguarda l’attività generale, per migliorare l’operatività del Piano “continueremo a valutare ulteriori proposte migliorative anche nel costituito Comitato trasparenza, che vede tutti gli attori presenti e a insistere sulle norme di welfare animale e biosicurezza in provincia di Caserta, per arrivare alle cosiddette stalle modello, accompagnando il Piano con misure di ripristino di sostenibilità ambientale dei territori”.

Il Ministero della salute, come massima autorità competente nazionale, ha garantito la massima disponibilità, e Pierdavide Lecchini, direttore generale della Sanità Animale e dei Farmaci Veterinari del dicastero, ha ricordato che l’Italia ha “l’obbligo di applicare le misure previste dalla Comunità europea in materia di profilassi: non ci sono altre possibilità previste dalle norme, oltre quelle indicate nel Piano”, che elenca misure tecnicamente e scientificamente comprovate ed è la strada da seguire, “oltre all’azione di monitoraggio per valutare tutti i dati e migliorare una situazione che ci mette in difficoltà anche con i nostri partner europei”.

Che cos’è la brucellosi (e le altre zoonosi delle bufale)

Ma che cos’è la brucellosi e perché il caso è così importante?

La brucellosi è una delle infezioni zoonotiche più diffuse a livello mondiale, causata da un batterio Gram negativo del genere Brucella che colpisce prevalentemente i bovini, gli ovini, i caprini e i suini e, in maniera meno frequente, gli uomini (tramite il contatto diretto con l’animale infetto o l’ingestione di alimenti infetti crudi, come il latte non bollito e i suoi derivati o la carne non cotta). A scoprire per la prima volta questa malattia infettiva è stato nel 1887 il medico australiano Sir David Bruce (da cui deriva il nome), che la isolò all’interno della milza di soldati inglesi deceduti.

Come detto, il consumo di carni cotte di animali contaminati non rappresenta un rischio di contagio (motivo per cui è consentito immettere sul mercato le carni degli animali abbattuti) e per fortuna la trasmissione da uomo a uomo è estremamente rara. Visto il processo produttivo, anche la mozzarella di bufala è sicura e non ci sono rischi per il consumo alimentare di questo prodotto: il problema sta ovviamente nella decimazione degli allevamenti (e diminuzione inevitabile del latte prodotto) e nell’impoverimento del patrimonio genetico dei capi accumulato nel corso degli anni, complice anche la contestuale incidenza di tubercolosi.

La brucellosi provoca nell’uomo sintomi simili a quelli dell’influenza – febbre, mal di testa, mal di schiena e debolezza – ma nei casi più gravi può determinare pericolose infezioni al sistema nervoso centrale, febbri ricorrenti, stati di affaticamento, dolori alle articolazioni, fino a portare ai (seppur rari) decessi.

Nelle bufale, invece, la brucellosi provoca sintomi come aborto, ritenzione placentare, orchite e epididimite. Per evitare il propagarsi del contagio è prevista, come detto, la soluzione drastica dell’abbattimento degli animali che risultano positivi ai test diagnostici e, qualora l’incidenza all’interno di un allevamento sia elevata, l’abbattimento totale di tutte le bufale presenti nella stalla.