Microplastiche negli alimenti: quante ne ingeriamo ogni settimana?

La plastica è ovunque e gran parte di questo materiale si disperde nell’ambiente, contaminando ecosistemi marini e terrestri in maniera difficile da percepire e quantificare: è almeno dagli anni ’70 che si studiano le microplastiche, valutando il modo in cui possano trasferirsi agli alimenti e provocare rischi per la salute umana, ma ancora oggi non ci sono risposte definitive, anche se recenti report ci segnalano di tenere alto il livello di attenzione. In particolare, non sono solo gli alimenti provenienti dal mare a essere nel mirino, ma anche cosmetici e altri prodotti: in definitiva, si stima che in una settimana un uomo medio ingerisca un quantitativo di plastica pari alla superficie di una carta di credito!

Microplastiche alimenti, cosa sono?

Cerchiamo innanzitutto di inquadrare il fenomeno partendo dalle informazioni più sicure.

Pur non essendoci una vera definizione riconosciuta a livello internazionale, è comunque accettato quasi universalmente che con il termine microplastiche si individuano residui di plastica di varia origine e forma che abbiano dimensioni comprese tra i 330 micrometri e i 5 millimetri, mentre quelle ancora di dimensioni inferiori si chiamano nanoplastiche (e spesso sono così piccole che risultano impossibili da campionare con le attrezzature oggi a disposizione).

La difficoltà di definizione nasce anche dall’estrema eterogeneità delle microplastiche, che sono composte da miscele di materiali di forma differente – frammenti, fibre, sfere, granuli, pellets, fiocchi o perle; inoltre, si distinguono microplastiche primarie e secondarie.

bottiglie di plastica

Quali sono le microplastiche?

Più precisamente, le microplastiche primarie sono plastiche prodotte intenzionalmente in dimensioni ridotte per sfruttarne le proprietà in vari campi (cosmetici, vernici, paste abrasive e fertilizzanti, ad esempio i granuli abrasivi nei cosmetici), e rappresentano tra il 15 e il 31% delle microplastiche presenti nell’oceano. Si trovano soprattutto in:

  • Lavaggio di capi sintetici (35% delle microplastiche primarie)
  • Abrasione degli pneumatici durante la guida (28%) * secondo il documento dell’UE, l’usura degli pneumatici è un tipo di microplastica primaria (anche se per altre fonti è secondaria).
  • Microplastiche aggiunte intenzionalmente nei prodotti per la cura del corpo (per esempio, le micro-particelle dello scrub facciale) 2%.

Le microplastiche secondarie derivano dall’usura, deterioramento e frammentazione di materiali e prodotti in plastica di dimensioni maggiori nel corso del loro utilizzo, come ad esempio buste di plastica, bottiglie o reti da pesca, e rappresentano circa il 68-81% delle microplastiche presenti nell’oceano

Quando viene dispersa nell’ambiente e non smaltita in modo corretto, infatti, la plastica subisce dei processi di degradazione molto lenti a opera della luce, del sole, dell’acqua o di biodegradazione che indeboliscono l’integrità del materiale di origine e causano il suo disfacimento in frammenti più piccoli, che quindi si trasforma lentamente in microplastiche e finisce per inquinare l’ecosistema.

Microplastiche alimenti, dove si trovano?

Il primo posto in cui si depositano le microplastiche è il mare, o per meglio dire tutti gli ambienti acquatici, compresi quelli di acque dolci: per semplificare al massimo, la fauna marina ingerisce le microplastiche – soprattutto plancton, invertebrati, pesci, gabbiani, squali e balene – e, risalendo la catena alimentare, questo materiale plastico può arrivare nei nostri cibi e nei nostri organismi.

Sorprende relativamente leggere, quindi, che le microplastiche sono state trovate negli alimenti e nelle bevande, compresi birra, miele e acqua del rubinetto, oltre che essere purtroppo presenti anche in pesci, frutti di mare, ma anche frutta e verdura (sia per la contaminazione delle acque che per effetto del ciclo della catena alimentare) e bottiglie di plastica che usiamo per bere.

Secondo l’Ispra, almeno il 15-20% delle specie marine che consumiamo regolarmente contiene microplastiche, mentre uno studio dell’Università nazionale d’Irlanda ha stimato che tra i pesci mesopelagici che vivono tra i 200 e i 1.000 metri di profondità la percentuale salirebbe addirittura al 73 per cento.

È ancora più tragico il rapporto Unep (Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente), che colloca il problema della plastica nei mari e negli oceani tra le sei emergenze ambientali più gravi: ogni chilometro quadrato di oceano contiene in media 63.320 particelle di microplastica, anche se con differenze significative a livello regionale, e senza interventi immediati entro il 2050 nei nostri mari ci sarà più plastica che pesce.

borracce plastica

Plastiche e microplastiche, i numeri del fenomeno

Altri numeri ci possono aiutare a inquadrare meglio il fenomeno: secondo Greenpeace, nei mari finiscono direttamente o indirettamente almeno otto milioni di tonnellate di plastica all’anno, sotto tantissime forme: sacchetti, piccole sfere, materiale da imballaggio, rivestimenti da costruzione, recipienti, polistirolo, nastri e attrezzi per la pesca. Il trend è in netto aumento ed è proporzionale all’incremento della produzione di questo materiale – passata da 1,5 milioni di tonnellate degli anni Trenta a oltre 280 milioni di tonnellate della prima decade degli anni Duemila, con una crescita del 38 per cento soltanto negli ultimi 10 anni.

Qualcosa negli ultimi tempi ha iniziato a muoversi, e ne abbiamo parlato spesso anche dal nostro magazine: lo stop alla plastica monouso dell’UE, l’introduzione di tasse contro la plastica (come quelle sui sacchetti del supermercato) sempre in ambito europeo, ma anche comportamenti più personali come l’utilizzo di borracce al posto delle bottiglie e la maggiorata consapevolezza dei produttori, che si traduce nella diffusione di aziende plastic free, sono certamente segnali positivi, ma non bastano a risolvere il problema.

E, purtroppo, anche l’importante riciclaggio non riesce a smaltire tutta la plastica prodotta: secondo quanto riportato da Giuseppe Ungherese di Greenpeace in “Non tutto il mare è perduto“, solo il 10% dei rifiuti raccolti viene correttamente riciclato, mentre la parte rimanente “finisce in discariche già stracolme, bruciato negli inceneritori o disperso nell’ambiente”.

Una possibile soluzione è trovare il modo di produrre meno rifiuti e plastica “migliorando il design dei prodotti, affinché siano realmente riciclabili, ma soprattutto investendo sullo sfuso e su sistemi di ricarica”.

Microplastiche alimenti, i rischi per la salute

Oltre a essere un enorme problema ambientale, nocivo per la sopravvivenza di flora e fauna, le microplastiche hanno impatto rischioso anche per l’uomo, con ben tre tipologie di problematiche derivanti proprio dalla microplastica, che possono essere di natura fisica, chimica o microbiologica.

Sinteticamente:

  • I rischi fisici dipendono dalle caratteristiche dimensionali di microplastiche e nanoplastiche. Essendo piccolissime, possono attraversare le barriere biologiche – come la barriera intestinale, ematoencefalica, testicolare e persino la placenta – e causare danni diretti, in particolare all’apparato respiratorio e all’apparato digerente, “che sono i primi apparati con cui le microplastiche entrano in contatto”, come dice l’Istituto Superiore di Sanità.
  • I rischi chimici derivano dalla presenza in questi materiali di contaminanti, come i plasticizzanti (ftalati, bisfenolo A) o i contaminanti persistenti (ritardanti di fiamma bromurati, idrocarburi policiclici aromatici, policlorobifenili). Nella maggior parte queste sostanze chimiche tossiche sono interferenti endocrini, che “possono provocare danni a carico del sistema endocrino, causare problemi alla sfera riproduttiva e al metabolismo sia nei figli di genitori che sono stati esposti alle microplastiche durante la gravidanza, sia in età adulta a seguito di esposizione nelle prime fasi di vita (neonatale, infanzia, pubertà)”.
  • Più nascosti e più subdoli sono i rischi microbiologici, perché le microplastiche possono essere colonia di microrganismi in grado di causare malattie, e in particolare studi degli anni scorsi hanno rivelato la presenza di batteri come Escherichia coli, Bacillus cereus e Stenotrophomonas maltophilia in microplastiche raccolte al largo delle coste del Belgio.

Più in generale, i rischi per la salute dell’uomo e dell’ambiente, soprattutto negli habitat marini e acquatici, sono causati dalla progressiva dissoluzione della plastica (con i suoi additivi ed eventuali sostanze chimiche), che quindi finisce per essere ingerita e accumulata nel corpo e nei tessuti di molti organismi.

Una recentissima ricerca pubblicata da Science of the Total Environment ha provato a investigare i danni per l’uomo, partendo dalla considerazione che attualmente l’inquinamento da microplastiche è onnipresente in tutto il pianeta e quindi rende l’esposizione umana è inevitabile. Lo studio ha campionato tessuto polmonare prelevato da 13 pazienti sottoposti a intervento chirurgico e ha rivelato che in 11 casi sono stati riscontrati residui di particelle di plastica fino a dimensioni di 0,003 mm – in particolare, quelle derivate dal polipropilene, utilizzato prevalentemente negli imballaggi e nei tubi, e dal Pet, impiegato soprattutto per le bottiglie.

Pertanto, le microplastiche si depositano in profondità nei polmoni delle persone, ma si possono anche ritrovare nel sangue umano e depositarsi negli organi; un altro ingresso privilegiato di queste componenti è l’apparato digerente (le microplastiche da alimenti).

Per questi motivi, uno dei modi immediati che abbiamo per evitare o quanto meno limitare che la plastica entri nel nostro organismo è seguire una serie di best practices comportamentali: bere l’acqua del rubinetto filtrata e non acquistare acqua in bottiglie di plastica; non comprare cibi confezionati nella plastica; cuocere e scaldare gli alimenti in contenitori di materiali diversi dalla plastica sono alcune delle prime azioni positive che possono aiutarci in tal senso.