Baby food: cos’è e perché è così discusso

È il cibo a misura dei bambini, quello che accompagna la crescita dei nostri piccoli (in genere) dai sei mesi fino ai 3 anni, con tutte le differenze e le difficoltà che si possono incontrare nel percorso: quando parliamo di baby food parliamo di alimentazione infantile e dei prodotti necessari ad assicurare una nutrizione adeguata a coloro che non sono semplicisticamente dei “piccoli adulti”, ma degli organismi in costante evoluzione che hanno necessità specifiche a cui noi “grandi” dobbiamo saper rispondere nel modo corretto.

Che cos’è il baby food?

Nella categoria “baby food” rientrano tantissimi prodotti alimentari industriali destinati alla prima infanzia, e più precisamente all’alimentazione di bambini da 0 a 3 anni: omogeneizzati, liofizzati, passati di verdure, pastine, sughi, creme di cereali, biscotti, yogurt e tisane, ad esempio, fanno tutti parte di questa definizione.

Questi alimenti servono a supportare la nutrizione del bambino durante lo svezzamento (che in genere parte dai 6 mesi e prosegue fino all’anno di vita) o la prima infanzia (da 1 a 3 anni), accompagnando il piccolo alla “transizione” verso un’alimentazione “da grandi”, simile a quella del resto della famiglia.

omogeneizzato mela

Quali sono le tipologie di baby food?

Più precisamente, la famiglia del baby food si divide in due tipologie di prodotti: il primo gruppo comprende gli alimenti a base di cereali, come ad esempio biscotti o fette biscottate, pastina, ma anche cereali semplici, come crema di riso o multicereali (che si preparano con l’aggiunta di latte, brodo vegetale o altro liquido), e cereali con alimenti ricchi di proteine, come la farina lattea.

Fanno parte dell’altra tipologia i cosiddetti alimenti per la prima infanzia (a esclusione di bevande a base di latte e di quelli che sono chiamati “latti di crescita”), come succhi di frutta, omogeneizzati e liofilizzati, che tendenzialmente servono a integrare l’alimentazione dei bambini durante lo svezzamento e nella prima infanzia e, più in generale, ad abituare gradualmente i piccoli a un’alimentazione varia ed equilibrata.

Anche da questa distinzione si comprende come il mondo dei baby food sia particolarmente vario: i prodotti sono infatti pensati per rispondere alle specifiche esigenze di differenti momento della crescita – sia per i lattanti da 0 a 12 mesi che per bambini da 1 a 3 anni – e per soddisfare le precise esigenze nutritive di quella fase dello sviluppo dell’organismo del bambino, che progressivamente accresce le sue capacità motorie e di coordinamento e “vede” maturare rapidamente organi e apparati.

Ad ogni modo, i prodotti industriali di baby food (e in particolare omogeneizzati di carne e pesce preconfezionati) possono essere facilmente sostituiti dalle materie prime fresche e con preparazioni fatte in casa, sfruttando ad esempio il frullatore per ridurre in pappa la carne o il pesce (di qualità e origine controllata) o l’apposito omogeneizzatore, oppure preparando dei brodi vegetali da frullare o ancora grattugiando la frutta fresca.

Baby Food in Italia, cosa prevede la legge

Data la delicatezza del tema e la fragilità dei piccoli, il baby food e in generale gli alimenti per l’infanzia sono sottoposti a normative più rigide rispetto agli altri alimenti che non sono espressamente destinati ai bambini.

Nel nostro Paese, in particolare, i riferimenti sono la normativa europea (Direttiva 2006/125/CE e Regolamento (UE) 609/2013) e nazionale (D.M. n. 82/2009 in recepimento della Direttiva 2006/125/CE) che mirano a tutelare la salute dei piccoli consumatori e ad assicurare che tutti i prodotti commercializzati rispettino le previste caratteristiche di sicurezza ed equilibrio nutrizionale, come quelle che definiscono i rigidi parametri in materia di igiene, contaminanti e additivi alimentari, procedure e materiali utilizzati per la preparazione e il confezionamento.

Tra gli elementi su cui si pone particolare attenzione ci sono, ad esempio, la composizione nutrizionale dell’alimento (che deve essere equilibrata nelle varie parti, proteine, carboidrati, grassi, minerali e vitamine, con specifici limiti minimi o massimi di contenuto), l’indicazione chiara dei valori della tabella nutrizionale, il rispetto di severi parametri relativi all’uso di agrofarmaci e OGM nel processo produttivo, l’indicazione precisa dell’età da cui il prodotto può essere utilizzato, l’eventuale presenza di glutine per i prodotti somministrabili prima dei 6 mesi, le istruzioni riguardanti la corretta preparazione, conservazione e smaltimento del prodotto (e un’avvertenza sui pericoli per la salute derivanti dalla preparazione e conservazione inadeguate), nonché una generale maggiore trasparenza in etichetta e sulla confezione.

I vantaggi del baby food

Iniziamo subito col dire che gli alimenti specificamente formulati per l’infanzia sono sicuri e possono essere utilizzati senza particolari rischi nell’alimentazione integrativa del piccolo, insieme agli alimenti “fatti in casa” che progressivamente entrano a far parte della sua dieta.

Il grande vantaggio di questi prodotti confezionati è ovviamente la comodità: per i genitori (e soprattutto le mamme lavoratrici) poter ridurre il tempo da dedicare alla preparazione dei pasti è sicuramente un grande supporto, anche perché appunto questi alimenti sono comunque genuini e sicuri, come richiesto dagli standard qualitativi fissati dalla legge – ad esempio, gli alimenti specifici per l’infanzia contengono obbligatoriamente meno pesticidi e micotossine rispetto a quelli potenzialmente presenti nel cibo “per adulti”.

Inoltre, oggi sempre più aziende produttrici commercializzano prodotti baby food dichiarati “biologici” o comunque provenienti da una filiera agroalimentare “corta”, con tanto di tracciabilità delle materie prime, che dovrebbero rassicurare i genitori sul livello qualitativo di ogni componente di questi alimenti.

Per molto tempo, poi, il baby food è stato “sponsorizzato” da pediatri e esperti di nutrizione, oltre che ovviamente dalle aziende del settore (per cui questo segmento rappresenta una fondamentale fonte di reddito, forse una delle principali all’interno dell’industria alimentare), anche se ultimamente l’orientamento sembra essere cambiato e si suggerisce sempre più un’alimentazione maggiormente “casalinga” e controllata.

biscotti plasmon

 

 

I limiti del baby food e l’effetto healthy halo

A spingere verso la riconsiderazione (e limitazione) del baby food è la maggior consapevolezza odierna sul valore dell’alimentazione corretta per la crescita del bambino, intesa non solo come prodotti che mangia ma anche come processo e atto stesso del nutrirsi.

Innanzitutto, il baby food è essenzialmente un cibo “senza”: senza sale aggiunto, senza glutine, senza aggiunta di latticini, senza aromi, senza organismi geneticamente modificati, e trova la sua massima espressione nell’omogeneizzato, un composto che mescola vari ingredienti ridotti in consistenza simile a una crema, che azzera i rischi di soffocamento ma crea anche una sostanziale “piattezza” e uniformità tra i vari ingredienti (alla fine, tutte le carni omogeneizzate si somigliano, e a loro volta somigliano al pesce e poi alle verdure).

Inoltre, analizzando dal punto di vista nutrizionale un omogeneizzato industriale si nota che l’effettivo contenuto dell’ingrediente principale è piuttosto basso – in genere, 20 o 30% di carne o pesce, acqua di cottura, a volte meno del 30% di verdure, amido di mais o farina di riso e olio di semi di girasole – e quindi il loro valore qualitativo non è all’altezza delle preparazioni domestiche.

Gli esperti però spiegano anche un altro aspetto cruciale per la crescita attraverso l’alimentazione, ovvero il valore emotivo ed evolutivo delle preparazioni casalinghe e la possibilità del bambino di manipolare i cibi, che il baby food riduce o addirittura elimina. Nel primo anno di vita, infatti, i piccoli usano i loro sensi per imparano a conoscere e differenziare gli alimenti (toccando anche i cibi per verificarne le varie consistenze) e possono attuare l’autoregolazione e l’autocontrollo (che permette di sviluppare la percezione di fame e sazietà) mangiando il cibo in maniera autonoma, e non approcciando alla pappa come gesto meccanico e guidato da mamma e papà.

A questo fattore si aggiunge poi un problema legato per così dire al marketing: nonostante quello che viene “promesso” sulle confezioni di alimenti per neonati, il baby food non è più salutare né più benefico delle preparazioni domestiche. Come già avviene con le pubblicità su alimenti per bambini, però, le aziende del settore sfruttano il packaging per segnalare possibili – e spesso ingiustificati – messaggi informativi che amplificano il cosiddetto effetto health halo (ovvero la percezione che un particolare alimento possa avere un effetto benefico sulla salute anche quando ci sono poche o nessuna prova per confermare questa sensazione).

Alimentazione dei bambini, i principi a cui ispirarsi

Per completare il discorso sulle best practices per l’alimentazione infantile ci possiamo rifare alle linee guida dell’OMS, che raccomanda che i bambini siano allattati esclusivamente al seno per i primi sei mesi di vita per raggiungere una crescita, uno sviluppo e una salute ottimali. Dopo i sei mesi la maggior parte dei bambini è fisiologicamente ed evolutivamente pronta per nuovi alimenti, consistenze e modalità di alimentazione, e tocca quindi ai genitori impostare un’alimentazione sana ed equilibrata, che soddisfi i fabbisogni energetici e di nutrienti, fornendo le corrette sostanze protettive per l’organismo e riducendo al minimo l’esposizione a contaminanti chimici e microbiologici.

Uno dei metodi per applicare questi principi è quello della cosiddetta alimentazione complementare a richiesta o autosvezzamento, che non prevede l’utilizzo di prodotti specifici per bebè (quindi, niente baby food!) ma porta direttamente il piccolo a tavola insieme agli adulti, con cui condivide gli stessi alimenti. In tal senso, è fondamentale che la dieta della famiglia sia imposta diversamente, con maggior accortezza a piatti “light”, alimenti di qualità, presenza di tutti i macronutrienti e anche accortezza all’introduzione di elementi cruciali, come le fibre (che possono risultare troppo complesse per l’intestino immaturo del bambino e, quindi, inizialmente ridotte al minimo).

Ad ogni modo, non è certo da demonizzare o criticare chi sfrutta le pratiche soluzioni del baby food (magari anche saltuariamente, in alternanza con alimenti freschi e fatti in casa), senza però mai trascurare l’importanza di una dieta sana ed equilibrata e di un corretto stile di vita, che restano i migliori antidoti al sovrappeso e ad altri problemi di salute a cui può andare incontro un bambino e futuro adulto.