Quanta acqua occorre per produrre i cibi che utilizziamo abitualmente? Qui vogliamo capirne di più

Spesso si tende a sottovalutare la quantità di acqua che giornalmente viene impiegata per garantire ad ogni persona la quantità di cibo necessaria. Proprio l’acqua infatti rappresenta un elemento universalmente riconosciuto come fondamentale per la vita, anche se tuttavia spesso viene posto in secondo piano quanto esso risulti indispensabile per la sopravvivenza di qualsiasi essere vivente, dalle piante agli animali, compresi quelli parte integrante della nostra catena alimentare.

Tutto quello che è necessario all’alimentazione umana presenta un “costo” relativo al consumo di acqua: tale valore viene definito Water Footprint o impronta idrica degli alimenti ed è stato istituito da qualche anno da un gruppo di ricercatori della University of Twente. L’impronta idrica degli alimenti non è altro che la quantità complessiva di acqua dolce che viene di norma impiegata durante il ciclo di produzione di un determinato alimento stabilita mediante un calcolo virtuale che tiene in considerazione tutti i passaggi e i consumi standard della filiera di produzione. Cerchiamo dunque di comprendere quanta acqua è necessaria per produrre ad esempio una bistecca piuttosto di una mela, giusto per citare qualche esempio.

Come viene calcolata l’impronta idrica degli alimenti

Per calcolare l’impronta idrica degli alimenti, ovvero il consumo d’acqua investito nell’intera filiera produttiva di un prodotto, i ricercatori del Water Footprint Network hanno dato vita ad una metologia specia che nel calcolo considera la somma di tre componenti differenti:

  • Acqua verde o Green water: quantità di acqua piovana evaporata o traspirata sia dal suolo che dalle coltivazioni;
  • Acqua blu o Blue warer: le acque di superficie derivate ad esempio da corsi d’acqua e falde) che vengono impiegate nella filiera ma non restituite al terreno;
  • Aqua grigia o Grey water: l’acqua inquinata dalla filiera produttiva, calcolata a partire dal volume necessario per ripristinare l’equilibrio ecologico e gli standard di qualità normali;

E’ esattamente la somma di questi tre elementi che consente di calcolare quello che è  l’effettivo peso idrico di coltivazioni, allevamenti e tutte le produzioni che coinvolgono principalmente il settore agroalimentare. Tuttavia tale peso si rivela significativo anche per quanto riguarda la produzione di prodotti che non rientrano in ambito alimentare. L’elemento che ha una valenza maggiore è sicuramente la green water che varia a seconda dell’area e della stagionalità, condizionata fortemente anche dal cambiamento climatico.

Quali sono gli alimenti che necessitano di un maggiore consumo di acqua?

Sul sito ufficiale del Water Footprint Network ognuno di noi ha la possibilità di calcolare facilmente il reale impatto idrico relativo al proprio stile di vita, oltre che semplicemente comparare alcuni tra i cibi più comuni. Ecco di seguito una classifica degli alimenti quotidiani stilata in base alla quantità d’acqua necessaria alla produzione di un kg di prodotto:

  1. Caffè 18.900 l/kg
  2. Carne di manzo 15.415 l/kg
  3. Maiale 5.988 l/kg
  4. Burro 5.553 l/kg
  5. Lattuga 5.520 l/kg
  6. Uova 3.300 l/kg
  7. Olive 3.015 l/kg
  8. Riso 2.497 l/kg
  9. Pasta 1.849 l/kg
  10. Mais 1.222 l/kg
  11. Latte 1.020 l/kg
  12. Vino 870 l/kg
  13. Mela 822 l/kg
  14. Banane 790 l/kg
  15. Pomodori 214 l/kg

L’impronta idrica dei cibi è variabile da alimento ad alimento anche se tuttavia rappresenta un importante indicatore che, insieme ad altri, consente di comprendere e quantificare più facilmente l’impatto ambientale che determina ogni cibo che quotidianamente rientra nella nostra alimentazione, oltre alla quantità di acqua dolce necessaria per promuovere l’intera filiera produttiva e allo stesso impatto che tale investimento idrico determina, tutti dati estremamente utili nello sviluppo di ulteriori ricerche volte ad una maggiore sostenibilità.

Come tengono a sottolineare gli stessi ricercatori olandesi, tali dati consentono di valutare l’impatto ambientale dal punto di vista idrico di ogni coltura o allevamento anche e soprattutto a  livello locale, analizzando territorio per territorio best practice ed eventuali criticità. In questo modo è possibile individuare più facilmente le zone dove intervenire con maggior rapidità in modo tale da arginare efficacemente eventuali situazioni ambientali critiche, riducendo sensibilmente gli sprechi.

Come ridurre gli sprechi d’acqua

L’acqua rappresenta un bene tanto prezioso quanto scarso, e proprio per questo motivo si rende necessario un utilizzo maggiormente consapevole volto alla riduzione degli sprechi. Ognuno nel proprio piccolo può contribuire alla salvaguardia dell’ambiente attraverso una serie di piccoli accorgimenti da applicare sia nel quotidiano che in quella che è l’alimentazione individuale.

Si può quindi iniziare a ridurre gli sprechi idrici già in casa, installando moderni dispositivi che consentono di risparmiare la quantità d’acqua utilizzata quotidianamente oppure semplicemente prestando attenzione nel chiudere il rubinetto mentre ci laviamo i denti o in doccia quando facciamo lo shampooo così come in altre situazioni analoghe. Sotto l’aspetto alimentare invece, gli esperti suggeriscono due opzioni differenti ma potenzialmente parallele.

In primis è possibile ridurre sensibilmente il consumo di alimenti che presentano un ingente impatto idrico sostituendoli con alimenti similari che al contrario presentano un impatto maggiormente ridotto: la carne di pollo ad esempio è preferibile a quella di manzo, il tè può sostituire tranquillamente il  caffè giusto per citare alcuni esempi, o più genericamente adottando soluzioni sostenibili come sono soliti fare i flexitariani, attraverso una dieta vegetariana flessibile che contempla il consumo saltuario di carne e latticini. I ricercatori della rivista Lancet hanno stabilito una “dieta universale” pensata per “nutrire il pianeta” basandosi proprio sulla sostenibilità e la continua ricerca volta alla riduzione dell’impatto sull’ambiente che ci circonda.

Una seconda opzione contempla invece, la scelta di alimenti con il minor impatto idrico possibile posti all’interno della medesima categoria a cui appartiene il prodotto desiderato, ad esempio selezionando caffè prodotto in una particolare zona dove secondo la mappa del Water Footprint, il livello di risparmio idrico risulta ottimale o comunque ridotto per quanto riguarda la filiera di produzione. La criticità, in questo caso non è rappresentata dalle abitudini nella propria quotidianità ma piuttosto dalle poche informazioni a disposizione del consumatore presenti sulle etichette degli alimenti. La poca trasparenza e chiarezza riduce inevitabilmente la conoscenza, un importante valore che se trattato doverosamente, comporterebbe una maggiore consapevolezza a fronte di ogni acquisto, scelto non più solo in maniera spesso impulsiva ma sicuramente più attenta e volta ad una maggiore sostenibilità.

L’acqua resta comunque l’elemento fondamentale per la vita di ogni essere vivente, che si tratti dell’uomo, degli animali o delle piante: ecco perché salvaguardare il pianeta riducendo quanto più possibile gli sprechi, deve diventare una vera e propria “missione” a cominciare dalle snotre tavole.